Dicembre. La piscina del vicino è un telo grigio teso su un buco vuoto. Il biolago, tre metri più in là, è uno specchio scuro che riflette il cielo basso, con le tife brune che spuntano dalla prima lastra di ghiaccio. È l’immagine che meglio racconta la differenza tra i due mondi: uno si spegne per sei mesi, l’altro cambia stagione. Ecco cosa succede davvero a un biolago d’inverno, e perché — a differenza di ogni piscina — non si svuota mai.
Perché non si svuota: l’acqua è l’ecosistema
Svuotare un biolago sarebbe come potare un albero alle radici. L’acqua non è un riempimento da cambiare: è l’habitat dei microrganismi che costituiscono il sistema di depurazione, il risultato di mesi o anni di maturazione biologica. Svuotarla significherebbe ricominciare l’avviamento da zero ogni primavera, con tutte le instabilità del primo anno. L’impianto è progettato per vivere pieno, sempre: le profondità (almeno 1,3–1,5 metri nella zona nuoto) garantiscono che sotto il ghiaccio resti sempre acqua liquida, esattamente come in un lago naturale.
La vita rallenta, non si ferma
Sotto i 10 gradi il metabolismo dell’ecosistema scala marcia: le piante vanno in dormienza, i microrganismi lavorano al minimo, gli anfibi svernano nel fango del fondo. È un equilibrio a bassa energia che si mantiene da solo — e ha persino un vantaggio: con il freddo e la poca luce, anche le alghe si fermano. Per questo l’acqua invernale di un biolago è spesso la più limpida dell’anno: uno specchio nero e trasparente di una bellezza che le foto estive non raccontano.
E il ghiaccio? Nessun problema (con due accorgimenti)
Il ghiaccio superficiale non danneggia l’impianto: il telo EPDM resta elastico anche a temperature molto rigide, e le sponde in pendenza naturale non offrono al ghiaccio spigoli su cui fare pressione — un altro vantaggio strutturale rispetto alle vasche rigide in cemento, che il gelo può fessurare. Gli accorgimenti sono due. Primo: se il biolago ospita anfibi o (nei laghetti ornamentali) pesci, si mantiene un punto libero dal ghiaccio per gli scambi gassosi, con un semplice galleggiante antighiaccio o tenendo attiva una piccola movimentazione d’acqua. Secondo: le pompe. A seconda dell’impianto, il ricircolo si riduce o si ferma nei mesi più freddi, e le pompe si proteggono secondo le indicazioni del costruttore — è l’unica vera operazione di “svernaggio”, e richiede un’ora.
Le (poche) cure d’inverno
Il grosso l’hai già fatto in autunno, se hai seguito la regola d’oro: potare le piante palustri e rimuovere le foglie cadute prima che affondino, perché la sostanza organica che si decompone in acqua diventa nutrimento per le alghe di primavera. D’inverno resta solo il piacere di guardare: la brina sulle carici, gli uccelli che vengono a bere all’unica acqua libera del quartiere, il pattinaggio dei riflessi sul ghiaccio. Molti proprietari raccontano che è la stagione in cui amano di più il loro biolago — quella in cui il vicino con la piscina guarda il telo grigio e chiede informazioni.
Cosa NON fare mai
Tre errori da evitare: rompere il ghiaccio a colpi (le onde d’urto stressano la fauna svernante — se serve un’apertura, si usa acqua calda o il galleggiante); svuotare parzialmente “per sicurezza” (il livello pieno protegge il telo e l’ecosistema); e concimare o “trattare” l’acqua in vista della primavera — il sistema riparte da solo, ogni aiuto chimico è un danno.
Il risveglio
Tra febbraio e marzo, con le prime giornate miti, l’acqua si rimescola, le calte aprono i primi fiori gialli e il ricircolo torna a regime. L’ecosistema riparte esattamente da dove si era assopito — maturo, stabile, senza avviamenti né ricariche. È il momento perfetto anche per chi il biolago non ce l’ha ancora: i cantieri avviati in autunno-inverno arrivano a giugno con l’acqua già pronta. Se stai leggendo questo articolo davanti al camino, sappi che è così che iniziano quasi tutti i biolaghi: da un inverno passato a immaginarlo.


